Otto punti

Decrescita felice? No grazie

Quante volte avremo sentito in Tv filosofi, come Diego Fusaro o Odifreddi, parlare di decrescita felice, descrivendo la nostra società come dominata dalla dittatura delle banche e della finanza, e per questo destinata a soccombere, auspicando quindi ritornare nel Medioevo? Noi ventenni invece, come pensiamo l’Italia tra 20 anni, riusciremo ad essere protagonisti della vita economica, sociale e politica del nostro paese? Certo è che se pensiamo che il nostro paese debba adattarsi alle condizioni sociali e di mercato come quelle cinesi, allora è certo che soccomberemo. Per questo motivo dovremmo puntare, e la nostra generazione ha l’obbligo di farlo, su qualcosa che nessuno potrà mai copiare, che è insito nella nostra tradizione: il capitale umano,quel mix tra talento personale, istruzione e pratica che si tramanda di generazione in generazione. La nostra generazione qua può giocare un ruolo fondamentale, soprattutto nella fortissima sinergia che saremo obbligati a creare tra locale e globale, i futuri imprenditori dovranno giocare sull’export, che va sempre alla grande. Perché alla fine è chi investe che crea lavoro, non il politico e le sue marchette. A proposito di questo, sarà la nostra generazione a capire che quando si “chiede lavoro” direttamente politica ed ai politici, invece di chiedere una qualsiasi semplificazione normativa e sgravi fiscali per chi “crea lavoro”, il politico si comporta da centro per l’impiego e ci fa contenti e gabbati, aprendo magari l’ennesima partecipata dove piazzare amiche e amici? Allora, sia chiaro, se una partecipata pubblica, di solito a livello municipale, va bene e sta sul mercato, anzi addirittura guadagna, ben venga: troppo spesso però accade che siano improduttive, anzi vadano avanti a perdere. Non significa criminalizzare il settore pubblico , ma si tratta di fare una scelta politica lungimirante per evitare che la generazione che ci ha preceduto ci scavi la fossa per il futuro a suon di sprechi e sprechini. Continuiamo a parlare di settore pubblico, anche qui guai a criminalizzare a casaccio, ma partiamo da una semplice constatazione: gli impiegati di questo settore, ovviamente quelli assunti in tempo di vacche grasse, hanno goduto di enormi benefici e grandi vantaggi rispetto ai privati: non sarà il caso di pensare di avvicinare gradualmente il trattamento pubblico a quello privato? Non si tratta di tagliare le teste, ma semplicemente di sanare un qualcosa che non sta ne in cielo ne in terra: è una questione di buon senso, molto semplice.

Tutti startuppari, oppure no?

Parlando di lavoro, il collegamento con noi giovani è automatico. Di questi tempi su questo argomento fa più audience un discorso di Briatore di qualche anno fa alla Bocconi che quello di un Poletti qualsiasi che riferisce alla Camera o al Senato : il Boss di The Apprentice si è ritrovato davanti alla platea della futura classe dirigente manageriale italiana ed internazionale, quella fissata con le start up, con i venture capitals e quant’altro, e lui ha detto apertamente che “le start up sono fuffa, iniziate con lavori normali che è meglio, tipo una pizzeria, che se almeno fallite vi mangiate una pizza”. Sgomento da parte degli studenti,ed anche qualche risata ironica. Briatore ha fatto crollare le nostre certezze da startuppari oppure ha semplicemente anticipato noi ventenni, ci ha svegliato dal rischio, che esiste, di correre dietro a chimere irrealizzabili? Perché è vero che le nuove tecnologie e le start up sono cose meravigliose, stupende, ma attenzione a non cadere nell’inganno che il futuro sia solo e soltanto quello. Moltissimi ventenni di oggi, nel futuro, diventeranno startuppari, ma non tutti. Chi impasterà la pizza, chi riparerà i tubi dell’acqua se tutti saremo di fronte ad un computer? La nostra generazione cosa farà: si abbandonerà all’idealismo che tutto è rete, tutto è connessione, tutto è start up,oppure rimarrà anche con i piedi sulla terra? Perché qua si tratta di essere non dei vaghi idealisti, ma dei pragmatici sognatori.

Rivoluzione copernicana nella scuola

Un ruolo fondamentale ce l’ha l’istruzione, sia secondaria che universitaria. Molti ventenni sono appena usciti dalle scuole superiori, per questo dovremmo capire bene che nel 21esimo secolo non c’è riforma della scuola, con tanto di scioperi studenteschi ad Ottobre, che tenga se non si cambia la mentalità ed il modo di approcciarsi a questo mondo tanto affascinante quanto complicato. Non bastano solo leggi e norme, serve un grande cambiamento di prospettiva radicale che rimetta di nuovo al centro lo studente e ciò che il mercato del lavoro richiede, non altri interessi. Pensiamo ai licei linguistici, in pochissimi istituti si insegna il cinese,anche se in giro per il mondo ci sono ben 100 milioni di cinesi tra turisti ed imprenditori. Pensiamo alle scuole tecniche, troppo spesso prese come sfogatoio da chi non ha voglia di studiare invece che l’opportunità di avere quel valore aggiunto di manualità che tanto è ricercato. Basti pensare che è dalle scuole tecniche che esce quel personale, l’artigiano ed il piccolo imprenditore, che rappresentano il meglio del nostro export. Penso poi ai piccoli comuni, che possono essere rilanciati culturalmente in altri modi, penso ai “Borghi più Belli d’Italia, anche senza costruire l’ennesimo istituto o sede distaccata universitaria voluto dal politico di turno, poiché “polo di eccellenza culturale”: puntiamo sui grandi plessi scolastici nei maggiori centri, forniti di aule informatica moderne e palestre agibili, potenziando il trasporto ed agevolando gli abbonamenti per gli studenti meno abbienti. In questo caso entra in gioco l’Isee: non è possibile che la famiglia di uno studente, in un paese in cui praticamente tutti hanno una casa, sia considerata ricca perché i genitori hanno un tetto e due stipendi da 1200 euro mese. L’Isee va assolutamente preso e modificato, perché così si tagliano fuori dai benefici del diritto allo studio centinaia di migliaia di studenti preparati che hanno pieno diritto ad usufruire della borsa. Per quanto riguarda il mondo universitario iniziamo con una constatazione semplice: l’università deve essere costruita intorno agli studenti o intorno ai professori e politici? So che a molti di voi quel “costruita intorno” ricorderà una nota pubblicità di una banca, ma concentriamoci sul problema: in Italia accade che miriadi di sedi distaccate nascano ovunque non per le esigenze dello studente o perché lo chiede il mercato, ma per aumentare le cattedre. Va attuata una grande e semplicissima rivoluzione copernicana nel mondo universitario: rimettere al centro gli studenti, far capire alle istituzioni che le nostre università devono competere con quelle cinesi e americane, non con la sede distaccata del comune di Vattelapesca. Solo così creeremo veramente dei poli di eccellenza di cui vantarci nel mondo e non degli stipendifici a carico del contribuente.

Tra villaggio globale e campanile scegliamo entrambi

La nostra generazione sta vivendo, da protagonista assoluta, la catena di eventi più strabiliante e controversa della storia dell’uomo: la globalizzazione, Internet per tutti e la comunicazione immediata da tutti gli angoli della terra. Non spediamo più lettere con francobollo, ma ci tagghiamo, condividiamo le nostre idee ed i nostri sogni, ma anche le nostre incertezze e paure, su tutti i social network,da twitter a facebook, le informazioni si googlano in pochissimi secondi ed arriviamo in America con biglietti low cost, dall’oggi al domani. Diteci che queste connessioni globali non sono una delle cose più fantastiche mai capitate! Eppure in Italia sentiamo forte l’attaccamento alla tradizione ed ai ritmi lenti, abbiamo voglia di conservare le tradizioni dei nostri padri, di curare i nostri centri storici,la nostra campagna e di continuare a parlare i nostri dialetti. Il localismo e la globalizzazione, il piccolo comune ed il villaggio globale, non sono concetti che cozzano: sono la più potente combinazione sociale ed economica che il nostro paese poteva offrirci. Se noi ventenni riusciamo a capire che tutte le nostre eccellenze sono frutto di saperi locali tramandati nel tempo, allora ci sarà chiaro che la destinazione a cui dovremmo puntare non è ne un campanilismo da strapaesana, ne sentirci totalmente sradicati dai contesti dove siamo nati e cresciuti: serve una prospettiva in cui globale e locale, senza fare gli chic con il termine glocal, si fondino, e lo devono capire i politici di oggi e la futura classe dirigente. Penso poi alle tante scampagnate all’estero di presidenti di provincia e regione, oppure ai gemellaggi inutili dei comuni, simbolo di un rapporto globale/locale male interpretato e sfaccendato: facciamo viaggiare chi produce ed esporta roba che vende,i nostri migliori sul campo, i veri simboli del Made In Italy, non chi vuole farsi una gita fuori porta a carico del contribuente per non concludere nulla.

Una strategia da grande Paese

A proposito di villaggio globale, l’agenda politica del futuro sarà già molto fitta per i nostri problemi interni, ma nel tempo della globalizzazione la politica estera ha un ruolo sempre più importante, non ci si può scherzare e bisogna prendere posizioni forti e nette: spetta assolutamente allo stato italiano occuparsi della diplomazia e dei rapporti con gli altri paesi. Le sfide sono grandi ed affascinanti: da una parte la Russia, un gigante economico e militare che fa il bello ed il cattivo tempo in Siria contro lo Stato Islamico, che sta alle porte della nostra Europa e che ruggisce, e dall’altra il problema della polveriera mediorientale, con lo stato islamico, arrivato anche in Libia: la futura classe dirigente si giocherà gran parte della sua credibilità anche su questo, e soprattutto su come affronterà la questione enorme dell’immigrazione. La strada delle sanzioni contro la Russia penalizza paesi esportatori come il nostro, e soprattutto dipendiamo dalla Russia per il gas: converrà veramente il muro contro muro oppure dovremo metterci ad un tavolo e trovare una soluzione per l’Ucraina. Le popolazione russofone sentono un attaccamento istintivo e naturale verso la Russia, proviamo a rispettarli. Per il medio oriente a situazione è e continuerà ad essere critica: i nostri nemici principali, l’Isis, sono a loro volta i nemici di un cosiddetto paese canaglia, la Siria. E noi, che posizione prenderemo, si può combattere l’Isis e combattere contemporaneamente anche contro Assad? Gli Usa, che faranno? E la Russia, non meriterebbe di essere appoggiatain maniera più efficac in Siria? Se nella nostra scala il principale nemico dell’occidente è l’Isis, allora dovremmo agire di conseguenza, con alleanze strategiche. Non si tratterebbe di scendere a patti ed allearsi con chi fino a poco tempo fa gasava le persone, ma di riconoscere che l’occidente in politica estera ha fatto una miriade di errori che ci hanno portato a questo, e noi in qualche modo dovremmo rimediarvi. E dobbiamo scegliere, in fretta, e prendere una posizione salda. Per quanto riguarda la posizione su Israele, riusciremo in Italia a non invitare più alla Camera, su ordine di madame Boldrini, imam fanatici che inneggiano alla distruzione dello Stato Ebraico? Di fronte all’odio di Hamas, scegliamo la democrazia e la libertà israeliana, senza se e senza ma. Ovviamente in questo campo serve un’Europa che, almeno in politica estera, non si limiti a balbettii ma tenti di parlare un linguaggio franco. Si,parliamo anche d’Europa. In giro per il continente siamo soprattutto noi ventenni, cresciuti a pane ed Erasmus, a sentirci anche europei, forse gli adulti un po’ meno. Gli europei,in linea di massima, ci sono: è l’Europa che sembra mancare all’appello. L’Europa è una grande idea, ma un’idea confusa e caotica: cosa ha fatto l’Europa per la questione immigrati? Dove è finita la solidarietà tra popoli europei? La patata bollente di quest’Europa senza se e senza ma, senz’anima, lenta e farraginosa nel prendere decisioni importanti sull’immigrazione e la crisi greca passerà nelle nostre mani, e dovremo essere pronti a reagire: vogliamo un’Europa più forte, che sappia affrontare le crisi del futuro nel campo della politica estera e dell’economia, e se non lo sarà, l’Italia sarà forte abbastanza.

Il problema del millennio: l’immigrazione

La Libia per noi è un problema spinoso, poiché è da li che partono i flussi migratori più consistenti verso il nostro paese: siriani, sub sahariani e nordafricani. Per quanto tempo possiamo continuare a sostenere questi enormi flussi? E’ una domanda semplice e lecita, che la nostra generazione sembra non essersi posta con serietà. Perchè non poter destinare più fondi ai cooperanti in Africa, per aiutare questa povera gente nella loro patria: l’Africa ha possibilità di sviluppo economico strabilianti, ce lo ha detto anche Briatore, perché non investire? Certo la situazione geo politica africana è caotica, ma alcuni paesi stanno vedendo la luce: come si dice spesso, portiamo le canne da pesca e non il pesce. E’ possibile poi un nostro intervento militare, ovviamente da capofila nell’ambito Nato per pacificare una volta per tutte, con una strategia lungimirante per il futuro, la Libia? E’ una domanda lecita,poiché nel Mediterraneo l’Italia ha un ruolo troppo importante per tirarsi indietro e nascondersi. Ovviamente il modello non deve essere l’interventismo scemo e da grandeur di Sarkozy, ma una strategia ponderata e che abbia un piano per il futuro assetto della Libia. Inoltre, possiamo per una volta affrontare l’immigrazione senza una perenne emergenza, che favorisce solo i furbetti di Mineo ed i vari Buzzi-Carminati, ma con regole serie, con trasparenza ed efficacia? La corruzione ed il guadagno sulle vite sono una cosa vomitevole, ma non la si combatte con il moralismo “alla Marino”, ma con poche regole e tanta efficienza.

Stare vicino alle situazioni difficili, ma poi agire!

Le periferie di molte grandi città stanno divampando per la crisi economica e per le difficoltà con i migranti: non vanno abbandonate, e la politica deve stare accanto a queste persone. Ad una condizione: non li si prenda in giro. Si vada nelle periferie, si parli con le persone e si facciano proposte chiare, senza urli o proclami.

Benvenuto Presidente!

Il presidenzialismo è qualcosa di importante, non un feticcio a cui aggrapparsi quando si sono finiti tutti i temi di cui parlare nel centrodestra: è lo spartiacque tra un potere esecutivo poco incisivo ed uno più incisivo. Semplice: un primo ministro eletto direttamente dai cittadini, sempre con i dovuti contrappesi costituzionali, ha più potere di cambiare in profondità un paese rispetto ad un semplice nominato dal Presidente della Repubblica. Senza comparare con altri modelli costituzionali esteri (tipo francese o americano), il Presidenzialismo sarebbe il naturale sviluppo di una politica sempre più concentrata sulle leaderships: se c’è una figura di spicco in un partito o coalizione, perché non votarlo direttamente, senza aspettare accordi e accordicchi di partito? L’Italia ha veramente paura di una svolta “autoritaria”,oppure siamo un popolo abbastanza maturo? Opto per la seconda. Sarà una rivoluzione tranquilla: pensate quanto sarebbe bello se alla nostra generazione venisse veramente in mente di riscrivere la Costituzione? Una assemblea costituente dove i giovani non sventolino più le carte d’identità e non vivano più nel ricordo di esperienze mai vissute, e gli anziani magari mettano da parte la nostalgia. Un sogno troppo grande? Molto, ma che costa sognare?