Generazione erasmus, retorica e banalità

Da Il Giornale

Qualche giorno fa, il bravo Claudio Cerasa pubblicava un editoriale su Il Foglio in cui sperava che i giovani millenials, la cosiddetta “generazione Erasmus”, salvassero l’Europa dallo sfacelo populista.

Il Foglio di qualche anno fa non sarebbe stato capace di dire una cavolata del genere. Ma si sa, la gestione del Mastro Ciliegia ha fatto diventare il Foglio un inserto de L’Espresso o, peggio ancora, un papello pieno di buoni sentimenti a prezzi scontati. Una volta Il Foglio, sotto l’immenso Giuliano Ferrara, era un giornale avanguardista, politicamente scorretto e irriverente, capace di provocare e di andare contro la vulgata politicamente corretta e salottiera. Oggi non è rimasto nulla di quello spirito da bucanieri e si sono impantanati nella melassa della “Generazione Erasmus”.

Il concetto di “Generazione Erasmus” non è ovviamente nuovo e si riferisce a quei ragazzi e ragazze, tendenzialmente pro-Europa, cosmopoliti, che parlano più lingue e tendenzialmente “de sinistra”, corrente gauche caviar, che partecipano agli scambi internazionali universitari. Solitamente, il tipico esponente della generazione Erasmus ritiene che la generazione cosmopolita salverà l’Italia, l’Europa ed il mondo dai barbari invasori populisti ed euroscettici.

Io ho fatto un periodo di studio all’estero a Tel Aviv, durante i miei anni di studio alla Luiss di Roma, quindi nominalmente dovrei far parte anche io di questa generazione: rifiuto e vado avanti. La generazione fighetta, però, non si accorge mai che per un giovane che parte per l’Erasmus e respira a pieni polmoni i benefici della globalizzazione, dei confini e dei mercati aperti, c’è una grandissima maggioranza che quei benefici li vede con il binocolo, anzi li subisce. In provincia, a parte qualche raggio di luce, c’è buio pesto e poche speranze per il futuro, ma non ditelo a Cerasa che i veri millenials sono questi ragazzi qua e non i fighetti che partono per l’Erasmus.

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