L’area balcanica torna a scaldarsi: sempre più i tesi i rapporti tra Serbia e Kosovo

Di Graziano Davoli

 

Torna a scaldarsi l’area balcanica.

A quasi undici anni dalla dichiarazione, unilaterale, di indipendenza del Kosovo, tornano a scaldarsi i rapporti con la Serbia. Infatti, il prossimo Venerdì, 14 Dicembre, il Parlamento kosovaro voterà circa la possibilità di trasformare la Kosovo Security Force (fondata nel 2009 e che fino ad ora a ricoperto incarichi di semplice protezione civile e controllo territoriale) in un esercito vero e proprio).

Già lo scorso 18 Ottobre, il Parlamento di Pristina si era espresso positivamente circa un pacchetto di leggi che comprendeva una serie di potenziamenti della KSF, con 98 voti su 120.

Un progetto che a Belgrado, ovviamente, non piace. Il rischio, almeno secondo le parole del premier serbo Ana Brnabic, di un intervento armato da parte della Serbia non sembra essere remoto.

La posizione di Belgrado

Le motivazioni sono, sostanzialmente, due.
La prima è la più ovvia: non solo la Serbia non ha mai riconosciuto la sovranità nazionale del Kosovo (in buona compagnia insieme a Russia, Cina, Spagna, Grecia e Cipro) ma ne ha continuamente rivendicato l’appartenenza.
La seconda è invece più delicata. Il governo di Belgrado è infatti preoccupato per il destino della minoranza di etnia serba presente nel Nord del Kosovo. “Non lasceremo da soli i serbi, ovunque essi siano” ha dichiarato il presidente serbo Aleksandar Vucic “intravedo delle difficoltà per i serbi del Kosovo, da Belgrado si farà di tutto per salvaguardarli”.
L’insofferenza della maggioranza albanese nei confronti della minoranza serba si è già manifestata nel Marzo del 2004, attraverso una serie di rappresaglie albanesi che ha causato l’esodo di migliaia di serbi (insieme a diversi montenegrini e gitani) dall’area settentrionale del paese.
Una tematica, questa, che ha fatto naufragare un incontro tra i presidenti dei due paesi (Aleksandar Vucic per la Serbia e Hashim Thaci per il Kosovo) che si sarebbe dovuto tenere in Austria, lo scorso Settembre, con la mediazione dell’Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri, Federica Mogherini. L’incontro doveva avere come oggetto lo scambio di alcuni territori tra i due paesi. In particolare, il Kosovo avrebbe dovuto cedere le città settentrionali di Leposavic, Zvecan, Zubin Potok e Mitrovica, caratterizzate da una maggioranza di etnia serba. La Serbia, in cambio, avrebbe dovuto cedere la valle meridionale di Presevo, caratterizzata da una maggioranza di etnia albanese. Inoltre il governo di Belgrado si sarebbe dovuto impegnare in un riconoscimento sostanziale della sovranità nazionale del Kosovo. L’incontro è però saltato a causa del rifiuto di Pristina di accordare al presidente serbo Vucic il permesso di visitare la città di Mitrovica.

La posizione di Pristina

Più delicate sono le posizioni del Kosovo in merito alla questione.
L’esercito non sarà destinato al nord del Kosovo. L’esercito verrà usato per aiutare la Nato in Afghanistan e in Iraq” ha dichiarato il capo del governo di Pristina, Ramush Haradinaj, aggiungendo poi che il progetto di costituzione di un esercito nazionale sarà attuabile solo nel lungo periodo.
Di tutt’altro parere sono stati, invece, i deputati kosovari di etnia serba che hanno giudicato incostituzionale questa manovra, evidenziando come la carta costituzionale del Kosovo (approvata nel Giugno del 2008) stabilisca che la difesa del paese spetti alla Kosovo Security Force e non agli apparati militari.
Negli ultimi tempi, Pristina ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con Belgrado non solo per quanto concerne l’istituzione di un corpo militare nazionale o il destino delle popolazioni serbe al nord del paese. Infatti, dopo aver accusato la Serbia di essere stata la causa del suo mancato ingresso nell’Interpol, il Kosovo ha deciso di introdurre dazi del 100%, dal 10% di partenza, sulle merci importate da Serbia e da Bosnia ed Erzegovina. Una decisione che comportato l’intervento dell’Unione europea, che ne ha imposto la rimozione.

Le posizioni della comunità internazionale

Nell’attuazione di questa manovra, il Kosovo deve scontrarsi con una complessiva perplessità da parte della comunità internazionale.

Dure sono le critiche che provengono da Mosca, da sempre vicina alla Serbia. Il Ministro agli Affari Esteri russo, Sergey Lavrov, in un’intervista rilasciata al quotidiano greco Efimerida ton Syntakon, ha definito il Kosovo come il principale focolaio di instabilità nella zona balcanica e ha dichiarato che tale operazione avrebbe soltanto un fine provocatorio. “Pristina non solo sta sabotando apertamente l’attuazione degli accordi raggiunti attraverso la mediazione dell’Ue in un dialogo con Belgrado, ma intraprende anche nuove azioni provocatorie”.

Nonostante un simile progetto sia stato accolto favorevolmente dagli Stati Uniti, ha suscitato una diffusa perplessità all’interno della Nato. Il segretario Jens Stoltenberg ha definito inopportuna una simile operazione e ha dichiarato che “una tale mossa va contro il parere di molti alleati della Nato e potrebbe avere gravi ripercussioni sulla futura integrazione euroatlantica del Kosovo”.

Conclusioni

D’altra parte, le dichiarazioni del primo ministro serbo Ana Brnabic circa un possibile intervento armato dell’esercito armato di Belgrado, lasciano il tempo che trovano. E’ lecito pensare che una simile affermazione sia finalizzata a catalizzare il consenso dell’estrema destra nazionalista serba.

Le ragioni sono, sostanzialmente, due.

Innanzitutto la disparità di forze tra i due paesi: 28.000 effettivi nell’esercito serbo, contro i 4.000 nella Kosovo Security Force.

Infine, come evidenziato dal presidente Vucic, un simile intervento causerebbe la reazione immediata della Nato e dell’Unione europea, congelando per altro il processo di adesione di Belgrado che è tutt’ora in atto.

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