Viaggio nelle dune libiche – Intervista a Michela Mercuri

Da Il Giornale

G. Interessi internazionali dell’Italia nel Mediterraneo. Perché la Libia è importante per l’Italia?

M. La Libia è storicamente l’alletato fondamentale dell’Italia nel mediterraneo per motivi che di natura economica, per gli interessi dell’ENI, in primo luogo. L’ENI lavora in Libia fin dagli anni ’40 prima con la COIPIe poi con l’AGIP e quindi è fondamentale. È il partner commerciale in termini energetici. È importante in termini geostrategici perché è un paese del sud mediterraneo che dista a pochi km dall’Italia ed è giusto quindi mantenere un forte rapporto in quell’area che ci permette anche di allargarla nei paesi confinanti come l’Egitto e la Tunisia. È poi importante anche da un punto di vista migratorio perchè sappiamo che la maggior parte dei migranti – per lo meno nel 2016, quando c’è stato il boom – che sono arrivati in Italia sono partiti soprattutto dalle coste libiche. Quindi sono tre gli interessi: economico, migratorio e poi anche geostrategico.

G.: Nella conferenza fatta qualche giorno fa dal governo Conte con la partecipazione di figure non di primissimo livello degli altri paesi, non è intervenuto Putin, non c’era Macron, non c’erano molti leader mondiali che noi ci aspettavamo fossero presenti a Palermo. È stata una sconfitta? Una vittoria? Una vittoria mutilata? E questa conferenza darà l’inizio a una serie di altre conferenze o di altre iniziative magari col placet di Trump? Con questa conferenza stiamo costruendo una strategia a medio-lungo termine per la Libia sì o no? Inoltre, le assenze importanti, l’hanno mutilata o meno?

M. Questa conferenza è stata una sorta di via di mezzo tra una vittoria e non sicuramente una sconfitta. Di certo un incontro che ha avuto qualche criticità. Dal punto di vista della vittoria sicuramente un nostro riposizionamento in Libia era fondamentale specie nell’area di Tripoli che è stata sconvolta negli ultimi due mesi da una guerra civile e soprattutto anche in conseguenza nelle posizioni relative ad Haftar nei confronti del nostro ambasciatore, Giuseppe Perrone, considerato persona non gradita. Era necessario che noi riaffermassimo la nostra posizione a Tripoli e in Libia. Da questo punto di vista una vittoria diplomatica che esula assolutamente dal totonomi. Il fatto che vi fossero altri esponenti di altri paesi di alto livello comunque è stata una vittoria. Nessuno si aspettava Trump, nessuno si aspettava Putin. Sono state delle critiche – a mio avviso – assolutamente gratuite quelle che sono state fatte al governo Conte sull’assenza di questi leader che non sarebbero comunque venuti. Sarà però una vittoria vera soltanto se quanto discusso a Palermo, seppur non ha raggiunto una dichiarazione, un atto completo, una firma, verrà implementato in brevissimo tempo. Da domani mattina dobbiamo iniziare a lavorare per rendere operativo quanto discusso a Palermo. Altrimenti avremo costruito delle fondamenta che però verranno a invecchiare se non si costruirà subito una casa. Quindi un percorso di stabilizzazione della Libia che sarà fatto con il consenso degli attori internazionali, con il ritorno del nostro ambasciatore in Libia perché la nostra ambasciata in Libia rappresentava l’unico contatto occidentale del paese ed è un grande orgoglio per l’Italia. Quindi l’Italia deve cogliere assolutamente al balzo questo placet di Haftar e far rientrare immediatamente l’ambasciatore Perrone in Libia. 

G. Sì, perché non basta solamente l’ENI. Non possiamo andare avanti con la politica estera scritta dall’ENI. Serve una presenza istituzionale.

M. Serve una presenza istituzionale anche se ovviamente negli ultimi 50 anni l’apripista l’ha sempre fatto l’ENI. L’Italia, purtroppo ha avuto fino a questo momento una peculiarità: la diplomazia energetica o economica ha fatto da apripista a quella politica. Un po’ un controsenso ma per lo meno in Libia è successo così. Spero che ora le regole del gioco possano cambiare e che la diplomazia sia invece – com’è giusto che sia – come per gli altri paesi l’apripista per poi le azioni politiche e per agevolare le imprese negli altri paesi. 

G. Per te,Michela, questa cosa che la diplomazia è sempre stata preceduta dall’ENI è un fattore di debolezza politica del paese oppure indica altro?

M. Da un lato è un fattore di debolezza politca in generale che sia l’economia ad aprire la strada alla diplomazia: l’abbiamo visto in Egitto, l’abbiamo visto in Algeria, l’abbiamo visto in tanti altri teatri. L’ENI e i rapporti buoni con l’ENI sono stati importanti anche per appianare queste emergenze politiche. In Libia però l’ENI ha una storia particolare, perché l’ENI in Libia non ha soltanto rapporti economici. Ha intessuto anche rapporti “personali” con alcune tribù che sono state utili per rimanere nel territorio nonostante la frammentazione sociale dello stesso. L’ENI è quindi rimasta in piedi grazie ai rapporti umani e personali che ha raggiunto con gli attori locali. Un’intuizione che ha avuto Mattei già ancor prima che esistesse l’ENI e cioè di aprire agli attori locali, di capire dove andava ad operare. Quindi sicuramente in Libia il caso è un po’ più peculiare però in linea generale posso dire che è sbagliato che la politica vada a traino dell’economia. 

G. Sì, perchè sembra che stiamo appaltando la politica estera agli interessi ENI che – ci mancherebbe – può andar bene ma secondo il mio punto di vista segna una debolezza insita nel sistema paese. Secondo te, sulla Libia, una visione a lungo termine, quale potrebbe essere? Come dobbiamo riconoscere la potenza di Haftar? La Libia verrà divisa, la Libia sarà un paese unito, che succederà in Libia secondo te da qui a cinque anni? Troveremo un paese sbrindellato, un paese diviso in tre-quattro parti, un paese in mano alle tribù oppure risciranno a trovare una quadra intorno allo strong man?

M. Il punto dipenderà da quello che emergerà dalle elezioni e dal lavoro preparatorio che verrà fatto. Se si riuscirà davvero a individuare un candidato o un consiglio presidenziale che in qualche modo possa rappresentare le varie anime del paese sarà possibile riavere una Libia unita. Viceversa potremmo avere due centri di potere: uno in Tripolitania e l’altro in Cirenaica guidato da attori diversi con partner diversi, un prosieguo di ciò che sta accadendo ora. Terza ipotesi, invece, potrebbe essere quella di un federalismo centralizzato e cioè rafforzare i comuni. Le municipalità che in Libia funzionano davvero e sono elettivi. Quindi una Libia federale ma poi centralizzata per certi aspetti. Per quanto riguarda, ad esempio la banca centrale, perché uno dei primi tentativi del vertice di Palermo è quello di riunire le Banche centrali: ce n’è una a Tripoli e un’altra in Cirenaica. Si sta quindi tentando di unire le banche centrali e si sta anche tentando di unire la NOC che è la compagnia nazionale petrolifera ma sarà molto più difficile invece riunire le varie anime del paese: un’ipotesi sarebbe benissimo quello di decentralizzare il controllo amministrativo e delle autorità locali. Non parlo delle milizie armate ma parlo dei sindaci. 

G. Ultima domanda. Un po’ provocatoria. Perché la democrazia in Libia? Il nostro interesse non è avere la Libia stabilizzata, calma, unita che blocchi l’immigrazione? Perché non trovare una soluzione alla Gheddafi piuttosto di intortarsi in vertici e divisioni? Perché non appoggiare direttamente lo strong man e dire “Fate come vi pare, state calmi? Chiudete i confini, non fate partire le navi? Perché la democrazia? Perchè ci ostiniamo a promuovere le elezioni a mettere d’accordo le parti quando è quasi palese che da una parte c’è uno con dei soldati, d’altra uno che non ha niente. Quindi mi chiedo, e la mia è una domanda cinica. Perché non diciamo a Serraj: “Senti tu hai fatto il tuo, ti diamo una cattedra in una qualsiasi università prestigiosa e basta. Vai via”?

M. La risposta è che non abbiamo lo strong man. Non abbiamo un Gheddafi. Haftar non è assolutamente un Gheddafi se non nei capricci che ha dimostrato di avere in questo momento. Haftar non ha assolutamente il consenso di una buona parte della popolazione libica che non conquisterà attraverso la redistribuzione dei proventi come faceva Gheddafi, Haftar non gode del consenso della frangia della fratellanza musulmana, Haftar non gode del consenso di importanti capi tribù. Haftar non rappresenta tutti i libici e non riuscirà a farlo neppure facendo quello che faceva Gheddafi perché parliamo di un’epoca diversa. Parliamo di sette anni in cui la Libia si è divisa in mille rivoli e mille milizie, cosa che non c’era prima. Non abbiamo quindi un Gheddafi e non abbiamo un uomo forte e lo stiamo cercando. Qualora dovessimo trovarlo la soluzione che ipotizzi è una soluzione che secondo me può essere funzionale a una ripresa della Libia a sua volta funzionale a ogni contenimento dei flussi migratori, a una ripresa economica et cetera et cetera. Non abbiamo un uomo forte. Lo stiamo cercando. Posso chiudere con un cosa poi puoi anche non scrivere, se vuoi. 

G. Certo

M. C’è un terzo incomodo che non è stato invitato a Palermo che potrebbe essere forse uno degli uomini forti della Libia che è Saif al Islam Gheddafi. Liberato qualche anno fa dalle milizie di Zintan, non è stato ucciso, come gli altri fratelli perché ha dimostrato delle aperture sia nei confronti dei laici sia nei confronti della fratellanza musulmana, è molto amato dai libici in Libia e dai libici che si trovano all’estero. In questo momento vive nel silenzio ma sta tramando una bella tela di consensi interni e forse potrebbe essere lui un uomo su cui convogliare un dignitoso consenso della popolazione libica.
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